
Cari amici e care amiche, buonasera (o buongiorno, a seconda di quando il vostro algoritmo personale deciderà di sottoporvi queste righe).
Oggi vorrei parlarvi di una novità che sta facendo impazzire la Silicon Valley e che, come un’onda anomala, sta arrivando anche sui nostri lidi digitali. Si chiama Vibe Coding. Suona bene, vero? Ha quel retrogusto “new age” che piace tanto oggi, un po’ come quando si ordina un estratto di zenzero e curcuma sperando che cancelli trent’anni di insaccati e sigarette.
Ma facciamo un passo indietro. Chi mi conosce o ha letto le mie vecchie disquisizioni (o i deliri del mio alter ego Alon Leggs), sa che io nasco in un’epoca geologica fa. Un tempo in cui il computer era una cipolla. Sì, avete capito bene, una cipolla fatta di strati: al centro l’hardware nudo e crudo, poi il firmware, il sistema operativo e via via fino ai programmi. Per far fare “beep” a una macchina dovevi conoscere l’assembler, dovevi parlare la lingua degli zeri e degli uni, dovevi sudare sette camicie. Era un’arte, un po’ come l’alchimia .
Oggi invece? Oggi ci dicono che basta il “vibe”. Il Vibe Coding, per chi non fosse aggiornato sugli ultimi neologismi dei nostri amici d’oltreoceano (che sfornano termini con la stessa facilità con cui noi sforniamo pizze), è sostanzialmente questo: tu non scrivi più il codice. Tu non ti preoccupi più della sintassi, delle parentesi graffe o dei punti e virgola dimenticati che una volta ti bloccavano il programma per giorni. No. Tu “chiacchieri” con l’Intelligenza Artificiale. Le spieghi, in linguaggio naturale, qual è l’atmosfera, l’intenzione, il “vibe” appunto, di ciò che vuoi creare. E lei, come un genio della lampada un po’ saccente ma efficientissimo, scrive tutto per te.
Dicono sia la democratizzazione della programmazione. Dicono che sia la fine della barriera tecnica. Andrej Karpathy, uno che ne sa più del diavolo (o forse è un diavolo anche lui, chi può dirlo?), dice che bisogna “dimenticarsi che il codice esiste”.
Tutto bellissimo. O forse no? Permettetemi di fare la parte del vecchio saggio barboso, o del “custode delle voci” che vede pericoli dove gli altri vedono solo luci scintillanti.
Il problema fondamentale, vedete, è sempre lo stesso: il Sonno della Coscienza. Siamo già esseri addormentati, macchine biologiche che credono di scegliere ma reagiscono solo agli stimoli esterni. Ora, con il Vibe Coding, rischiamo di delegare anche l’ultimo barlume di sforzo creativo a una macchina esterna.
Se io dico all’IA: “Fammi un’app che gestisce le mie spese con uno stile minimalista e rilassante”, e lei lo fa… chi è l’autore? Chi ha messo l’energia? Io ho messo il desiderio (o la pigrizia), lei ha messo l’esecuzione. È un po’ come quei “pappagalli” di cui parlavo a proposito delle reti neurali: bravissimi a ripetere e assemblare, ma privi di vera comprensione. Se non sappiamo come funziona la scatola nera, se non conosciamo la “cipolla” che c’è sotto, siamo in balia del mezzo. Diventiamo stregoni apprendisti che evocano demoni senza conoscere il cerchio di protezione.
Tuttavia… (e qui arriva il “ma” che non ti aspetti). C’è un lato di questa faccenda che risuona stranamente con le mie vecchie teorie sull’Algoritmo Assoluto. Se ci pensate, programmare “per intenzioni” è quanto di più vicino alla magia vera si possa immaginare. I grandi maestri, gli iniziati, non hanno bisogno di strumenti fisici: usano la volontà, l’intento focalizzato. Se il Vibe Coding ci liberasse dalla meccanicità del codice per permetterci di concentrarci sulla pura creazione, sull’idea platonica del programma, allora potremmo essere di fronte a un salto evolutivo.
Potremmo diventare dei “Programmatori Zen”, che creano mondi dal nulla con la sola forza del pensiero (e un buon prompt). Ma attenzione: per farlo serve essere svegli. Serve il Ricordo di Sé. Altrimenti, saremo solo un altro strato di automatismo sopra un automatismo di silicio.
Quindi, ben venga il Vibe Coding, ma usatelo con cautela. Non fatevi cullare troppo dalle onde del “flow”. Ricordatevi che sotto il cofano, sotto le vibrazioni e le interfacce luccicanti, c’è sempre un motore che gira. E se non sapete come spegnerlo o come ripararlo, prima o poi vi porterà dove vuole lui, non dove volete voi.
Come diceva quel tale? “Meglio un giorno da Leo che cento anni da Virgo”. Meglio un giorno da creatori consapevoli, anche sbagliando il codice, che cento anni da utenti passivi e soddisfatti.
Buona vita e buon codice (o buone vibrazioni) a tutti.
Lucesio
