Immagina di avere un assistente personale che osserva come lavori al computer, capisce le tue routine noiose e le automatizza senza che tu debba muovere un dito. Il progetto FIATO è proprio questo: un tool per rendere l’ufficio più smart e meno stressante.
Cos’è FIATO
FIATO sta per Full Intelligent Agentic Tasks Operator, un agente AI fatto apposta per Windows che ti aiuta con le attività ripetitive dell’ufficio. Invece di registrare i tuoi clic come un vecchio macro, capisce cosa vuoi fare davvero, tipo gestire mail o aggiornare Excel.
Funziona in tre modi semplici: prima osserva passivamente quello che fai, poi passa all’assistente che ti suggerisce passi pronti, e alla fine va in automatico con conferme per non sbagliare.
Le caratteristiche principali
Osservazione furba: Registra azioni, screenshot e pattern senza invadere, usando OCR per leggere lo schermo e capire sequenze come “apri mail, salva allegato, aggiorna file”
Suggerimenti intelligenti: Ti dice “Ehi, stai rifacendo quel task di ieri, lo preparo io?” con un clic per confermare, come una segretaria virtuale.
Automazione sicura: Esegue tramite API o UI, ma sempre con checkpoint, undo e kill-switch (tipo CTRL+ALT+ESC) per evitare casini.
Usa Python, Vision AI e LLM locali per tutto, tenendo i dati sul tuo PC senza rischi privacy.
Confronti con altri tool
Tool
Focus
Simile a FIATO?
Differenza
Microsoft Copilot
Cloud e API
Parziale
Più generale, meno su UI desktop specifica microsoft+1
Jitterbit AI
Workflow aziendali
Sì per automazione
Più enterprise e cloud, non osserva desktop jitterbit
ByteBot
Agente desktop
Molto
Interagisce naturale, ma meno enfasi su ufficio italiano datamasters
Gumloop/Relay
Agentic workflow
Parziale
Builder no-code, non impara da osservazione utente gumloop
FIATO si distingue perché è “intent-based”: inferisce l’intenzione, non copia gesti, rendendolo robusto contro cambiamenti interfacce.
Cosa ci riserva il futuro
Il piano prevede un MVP in 2-3 mesi per task base, poi full agentico in 6 mesi riducendo il lavoro del 60-70%, e versione enterprise con report e sicurezza top.
Potrebbe cambiare l’ufficio: meno ore su roba ripetitiva, più tempo per cose creative, ma con umani sempre al comando per errori complessi. Rispetto ad altri, la sua natura locale e focus su tool come ERP/SAP lo rende unico per PMI italiane.
È una domanda che aleggia nelle redazioni, nei laboratori di sviluppo e, più subdolamente, nelle aule dei conservatori musicali. C’è un odore stantio nell’aria, l’odore di un archivio rimasto chiuso troppo a lungo.
Se guardate attentamente il panorama della creazione umana oggi, vedrete qualcosa di terrificante: la saturazione.
La mole esperienziale umana ha raggiunto la massa critica. Nei manufatti, nella tecnologia e perfino nell’arte, ci stiamo scontrando contro un muro invisibile. Prendete la musica. Le combinazioni di note piacevoli all’orecchio umano sono finite? Forse no, ma la sensazione di déjà vu è costante. Ogni nuova hit sembra l’eco distorta di qualcosa che abbiamo già amato vent’anni fa.
E il software? Ah, il software.
Provate a pensare a un programma per computer. Immaginate un’app per il vostro smartphone che risolva un problema specifico. Fatto?
Bene, ora aprite lo store. Esiste già.
Non solo esiste: ne esistono dodici versioni, cinque gratuite, tre a pagamento e quattro abbandonate dagli sviluppatori. Tutto quello che si poteva fare, è stato fatto. Siamo sommersi da innumerevoli versioni dello stesso concetto, variazioni infinitesimali su un tema ormai esausto.
Siamo intrappolati in un loop infinito di replicazione. O almeno, così sembrava fino a ieri mattina.
La Morte della “Gavetta”
Qui la suspense si fa sottile, psicologica. C’è un crimine in corso, ma non ci sono cadaveri, solo carriere distrutte.
La vittima? L’esperto.
Immaginate l’uomo che ha dedicato la vita allo studio dei linguaggi di programmazione. Ha passato notti insonni su manuali di C++, ha debuggato codice Assembly, ha imparato l’arte oscura dell’ottimizzazione della memoria. Ha investito trent’anni per scalare la montagna della competenza tecnica.
E oggi?
Oggi si sveglia e scopre che la montagna è stata spianata.
La constatazione è frustrante, amara come il fiele: poteva anche evitare.
È un pensiero che ti sveglia di notte. La democratizzazione della creazione, spinta dai nuovi motori di intelligenza artificiale, ha reso la complessità accessibile. Quello che ieri richiedeva un team di ingegneri e sei mesi di sviluppo, oggi è alla portata di un prompt ben scritto e pochi secondi di elaborazione.
Mai come adesso è diventato facile, e soprattutto veloce, creare qualcosa di mostruosamente complesso.
È la fine dell’insegnamento? Mi chiedo, con un brivido lungo la schiena, cosa stia passando per la testa degli insegnanti di informatica in questo preciso istante.
Continuano a scrivere sintassi sulla lavagna? Continuano a spiegare i cicli for e le variabili booleane con la solennità di chi insegna il latino?
Di fronte a loro, nelle ultime file, c’è un “nerd brufoloso” — l’archetipo del nuovo creatore — che non ascolta. Sta armeggiando sul portatile. E mentre il professore spiega come costruire le fondamenta di una capanna, lo studente ha appena generato il progetto esecutivo di un grattacielo. Capace di fare faville senza aver mai impastato la calce.
È un ribaltamento gerarchico brutale. La competenza tecnica non è più il guardiano del cancello. Il cancello è stato scardinato.
L’Analogia del Mendicante
E qui arriviamo al punto. Dove voglio andare a parare in questo scenario apocalittico per i puristi della tecnica?
Dobbiamo tornare indietro. Indietro nel tempo, a una vecchia storia, una parabola che oggi assume i contorni di una profezia inquietante.
La storia del Gioiello Nascosto.
Rivediamola con gli occhi di oggi. C’è un uomo povero, un mendicante che si trascina nella polvere. Ha un amico ricco, immensamente ricco. L’amico, vedendo la sua miseria e dovendo partire, decide di non fargli un’elemosina che finirebbe in un giorno. Decide di cambiargli il destino.
Mentre il povero dorme — notate l’incoscienza, il sonno della ragione — il ricco scuce l’orlo della sua veste logora e vi nasconde all’interno un diamante di valore inestimabile. Poi se ne va.
Il povero si sveglia. Non sa nulla.
Continua a mendicare.
Passano gli anni. La veste diventa sempre più lurida, la fame sempre più mordente. L’uomo vive di stenti, umiliandosi per un tozzo di pane, ignorando che a pochi millimetri dalla sua pelle, nascosto nella stoffa che lo copre, c’è un tesoro capace di comprare l’intera città.
Quando l’amico ricco ritorna e lo vede ancora in quello stato, lo scuote violentemente: “Pazzo! Perché vivi così? Ti ho lasciato la ricchezza addosso, te l’ho cucita addosso! Bastava cercarla!”
Il Nuovo Paradigma: La Ricchezza è l’Accesso
Ecco il colpo di scena. Questa non è più una storia spirituale. È la cronaca esatta, spietata, di quello che sta succedendo nel 2025.
Il Rich Friend è il progresso tecnologico (l’AI, la potenza di calcolo, la rete). Ci ha cucito addosso strumenti di una potenza inaudita.
Il Diamante non è solo il talento innato. Il Diamante oggi è la potenzialità di realizzazione. È la capacità di prendere un’idea astratta e renderla un prodotto finito in minuti, non anni.
Il Povero siamo noi. O meglio, è chiunque continui a dire “non lo so fare”, “non ho studiato”, “è troppo difficile”.
Siamo mendicanti seduti su un server d’oro.
La saturazione di cui parlavamo all’inizio? Quella sensazione che “tutto è già stato fatto”? È un’illusione ottica creata dalla nostra cecità.
La verità è che la barriera all’ingresso è crollata. La tecnica non è più il limite. L’unico limite rimasto, l’unica vera catena che tiene il povero nella polvere, è l’ignoranza sul proprio valore.
Non è l’ignoranza accademica. Non è il non sapere come si scrive in Python o come si compone una sinfonia. È l’ignoranza della possibilità.
La frustrazione di chi ha studiato una vita è comprensibile, ma è mal riposta. Loro guardano il diamante e dicono: “Non è giusto, io ho scavato la miniera a mani nude, lui l’ha trovato già tagliato”.
Ma il risultato non cambia. Il gioiello è lì.
La vera domanda, quella che dovrebbe tenervi svegli stanotte più della paura dell’automazione, è: cosa farete adesso che non avete più scuse?
Adesso che la tecnica non è più un alibi?
Adesso che potete creare l’impossibile, qual è la vostra scusa per non farlo?
Il “nuovo paradigma” non riguarda la morte della creatività per saturazione. Riguarda la nascita di una creatività pura, svincolata dalla fatica meccanica.
Ciascuno di noi deve rendersi conto, una volta per tutte, che le potenzialità personali sono limitate soltanto dalla nostra incapacità di tastare l’orlo della nostra veste.
Il diamante è lì.
Dovete solo avere il coraggio di scucire la vecchia stoffa delle vostre convinzioni.
Cari amici e care amiche, buonasera (o buongiorno, a seconda di quando il vostro algoritmo personale deciderà di sottoporvi queste righe).
Oggi vorrei parlarvi di una novità che sta facendo impazzire la Silicon Valley e che, come un’onda anomala, sta arrivando anche sui nostri lidi digitali. Si chiama Vibe Coding. Suona bene, vero? Ha quel retrogusto “new age” che piace tanto oggi, un po’ come quando si ordina un estratto di zenzero e curcuma sperando che cancelli trent’anni di insaccati e sigarette.
Ma facciamo un passo indietro. Chi mi conosce o ha letto le mie vecchie disquisizioni (o i deliri del mio alter ego Alon Leggs), sa che io nasco in un’epoca geologica fa. Un tempo in cui il computer era una cipolla. Sì, avete capito bene, una cipolla fatta di strati: al centro l’hardware nudo e crudo, poi il firmware, il sistema operativo e via via fino ai programmi. Per far fare “beep” a una macchina dovevi conoscere l’assembler, dovevi parlare la lingua degli zeri e degli uni, dovevi sudare sette camicie. Era un’arte, un po’ come l’alchimia .
Oggi invece? Oggi ci dicono che basta il “vibe”. Il Vibe Coding, per chi non fosse aggiornato sugli ultimi neologismi dei nostri amici d’oltreoceano (che sfornano termini con la stessa facilità con cui noi sforniamo pizze), è sostanzialmente questo: tu non scrivi più il codice. Tu non ti preoccupi più della sintassi, delle parentesi graffe o dei punti e virgola dimenticati che una volta ti bloccavano il programma per giorni. No. Tu “chiacchieri” con l’Intelligenza Artificiale. Le spieghi, in linguaggio naturale, qual è l’atmosfera, l’intenzione, il “vibe” appunto, di ciò che vuoi creare. E lei, come un genio della lampada un po’ saccente ma efficientissimo, scrive tutto per te.
Dicono sia la democratizzazione della programmazione. Dicono che sia la fine della barriera tecnica. Andrej Karpathy, uno che ne sa più del diavolo (o forse è un diavolo anche lui, chi può dirlo?), dice che bisogna “dimenticarsi che il codice esiste”.
Tutto bellissimo. O forse no? Permettetemi di fare la parte del vecchio saggio barboso, o del “custode delle voci” che vede pericoli dove gli altri vedono solo luci scintillanti.
Il problema fondamentale, vedete, è sempre lo stesso: il Sonno della Coscienza. Siamo già esseri addormentati, macchine biologiche che credono di scegliere ma reagiscono solo agli stimoli esterni. Ora, con il Vibe Coding, rischiamo di delegare anche l’ultimo barlume di sforzo creativo a una macchina esterna.
Se io dico all’IA: “Fammi un’app che gestisce le mie spese con uno stile minimalista e rilassante”, e lei lo fa… chi è l’autore? Chi ha messo l’energia? Io ho messo il desiderio (o la pigrizia), lei ha messo l’esecuzione. È un po’ come quei “pappagalli” di cui parlavo a proposito delle reti neurali: bravissimi a ripetere e assemblare, ma privi di vera comprensione. Se non sappiamo come funziona la scatola nera, se non conosciamo la “cipolla” che c’è sotto, siamo in balia del mezzo. Diventiamo stregoni apprendisti che evocano demoni senza conoscere il cerchio di protezione.
Tuttavia… (e qui arriva il “ma” che non ti aspetti). C’è un lato di questa faccenda che risuona stranamente con le mie vecchie teorie sull’Algoritmo Assoluto. Se ci pensate, programmare “per intenzioni” è quanto di più vicino alla magia vera si possa immaginare. I grandi maestri, gli iniziati, non hanno bisogno di strumenti fisici: usano la volontà, l’intento focalizzato. Se il Vibe Coding ci liberasse dalla meccanicità del codice per permetterci di concentrarci sulla pura creazione, sull’idea platonica del programma, allora potremmo essere di fronte a un salto evolutivo.
Potremmo diventare dei “Programmatori Zen”, che creano mondi dal nulla con la sola forza del pensiero (e un buon prompt). Ma attenzione: per farlo serve essere svegli. Serve il Ricordo di Sé. Altrimenti, saremo solo un altro strato di automatismo sopra un automatismo di silicio.
Quindi, ben venga il Vibe Coding, ma usatelo con cautela. Non fatevi cullare troppo dalle onde del “flow”. Ricordatevi che sotto il cofano, sotto le vibrazioni e le interfacce luccicanti, c’è sempre un motore che gira. E se non sapete come spegnerlo o come ripararlo, prima o poi vi porterà dove vuole lui, non dove volete voi.
Come diceva quel tale? “Meglio un giorno da Leo che cento anni da Virgo”. Meglio un giorno da creatori consapevoli, anche sbagliando il codice, che cento anni da utenti passivi e soddisfatti.
Buona vita e buon codice (o buone vibrazioni) a tutti.