L’Architetto del Risveglio

Di Lucesio

Buonasera, oggi vorrei parlarvi di un “alimento” particolare: un video che circola in rete (quello di un certo comunicatore dalla testa lucida e dal parlare veloce) che tocca un punto nevralgico della nostra esistenza in questo scorcio di Kali Yuga. Si parla di lavoro, di futuro e di intelligenza artificiale, ma se scaviamo sotto la superficie della produttività, troviamo la solita, vecchia e cara lotta per la coscienza.

Ci dicono che il 57% delle ore lavorative è già automatizzabile. Non “domani”, ma oggi. L’esecuzione — quel fare ripetitivo, meccanico, che tanto piaceva ai padroni del vapore — è diventata “gratis”. La macchina lo fa meglio, non va in bagno, non chiede aumenti e non ha crisi esistenziali alle tre del mattino.

Il rischio che corriamo è quello di essere come una “forchetta monouso”: uno strumento che sa fare una cosa sola e che, una volta esaurito il compito, viene gettato nel cestino della storia. Quanti di noi vivono così? Identificati totalmente in una funzione, in un ufficio, in un “saper fare” che domani potrebbe essere scritto da un pugno di righe di codice.

La soluzione che ci viene suggerita è diventare un “coltellino svizzero”. O, per dirla in termini a me più cari, un Direttore d’Orchestra. Il Direttore non deve saper suonare il violino meglio del primo violino, ma deve avere il Gusto, la visione d’insieme, la capacità di armonizzare gli opposti. Deve essere un Architetto.

C’è una saggezza profonda nella “Legge di Gall”: un sistema complesso che funziona è sempre il risultato dell’evoluzione di un sistema semplice che funzionava. Inutile cercare di costruire cattedrali di silicio partendo dal nulla. Occorre procedere come con i mattoncini Lego della nostra infanzia: un pezzetto alla volta, con pazienza zen.

Ma per costruire serve una dote che oggi sembra sbiadita come una vecchia Polaroid: la capacità di decidere. In un’epoca in cui l’informazione è ovunque e gratuita, non vince chi sa di più, ma chi sa scegliere.

Esiste un metodo, quasi un rituale di osservazione chiamato OODA loop:

  1. Osserva: Raccogli i dati, guarda la realtà senza i filtri del pregiudizio.
  2. Orienta: Connetti i puntini, usa la tua varietà interna (quella che i cibernetici chiamano Legge di Ashby).
  3. Decidi: Non aspettare la certezza assoluta, perché la certezza è un fantasma.
  4. Agisci: Fallo ora, con la forza di chi ha una motivazione consapevole.

Decidere è un muscolo. Se non lo alleni, si atrofizza, e allora qualcun altro — o qualche algoritmo — progetterà il futuro al posto tuo. E non è detto che lo faccia nel tuo interesse.

C’è un’ultima grande bugia che ci raccontiamo: la “motivazione”. La domenica sera siamo tutti leoni, pronti a cambiare vita, ma il lunedì mattina torniamo a essere quegli automi che Gurdjieff descriveva con tanta spietata lucidità. La motivazione è fluttuante, è soggetta alla stanchezza e alla fame di “impressioni” basse.

La via d’uscita sono le Procedure. Se vuoi davvero cambiare, non sperare nella tua forza di volontà; progetta l’ambiente. Usa il principio del “Se… Allora” (If-Then). Se accendo il computer, allora i primi dieci minuti li dedico allo studio di quella nuova tecnologia. Punto. Senza discussioni, come un riflesso incondizionato, come lavarsi i denti. Trasformate l’attività consapevole in un’abitudine solida, così che anche quando avrete “le palle girate” o sarete stanchi, il sistema lavorerà per voi.

Siamo a un bivio, amici miei. Possiamo scegliere di essere ingranaggi rimpiazzabili o possiamo risvegliare l’Architetto che dorme dentro di noi. L’Intelligenza Artificiale non toglierà il lavoro a chi ha un’anima, ma spazzerà via la mediocrità del sonno.

Siate intraprendenti, siate curiosi, studiate la “musica” del mondo e imparate a dirigerla. Ricordatevi che, come diceva qualcuno di molto saggio, se non progetti il tuo futuro, sarai solo un frammento nel sogno di qualcun altro.

Buon tutto, e che la vostra luce interiore non smetta mai di risplendere.

L’IA ci ruberà il lavoro? Ben venga!

di Lucesio

Cari amici, anime belle e, diciamocelo, un po’ preoccupate.

Ultimamente, non si fa che parlare di questa Intelligenza Artificiale, questo nuovo “demone” tecnologico che minaccia di renderci tutti obsoleti. Leggo ovunque titoli catastrofici, vedo gente strapparsi i capelli (quei pochi che restano) temendo di perdere il posto in ufficio, in fabbrica, persino alla scrivania dello scrittore. Ma io vi dico: fermatevi un attimo. Respirate.

Forse è perché sono nato in un’altra epoca, dove l’arte di Giotto aleggiava ancora tra i campi e non esistevano algoritmi se non quelli delle stagioni, ma ho la netta impressione che stiamo guardando il dito e non la luna. O meglio, stiamo guardando il problema con gli occhi annebbiati del Papalagi.

Vi ricordate chi è il Papalagi? È l’uomo bianco descritto dal capo tribù samoano Tuiavii di Tiavea. Il Papalagi è colui che è ossessionato dal “metallo rotondo” (il denaro) e dal “tempo che scappa”. Il Papalagi crede che lavorare freneticamente per produrre cose inutili sia il senso della vita. Ecco, noi siamo diventati tutti dei Papalagi. Viviamo addormentati, convinti che la nostra dignità risieda in un badge da timbrare o in un file Excel da compilare.

E qui arriva la provocazione, che poi tanto provocazione non è se ci pensate con il cuore e non con la pancia: ben venga che l’IA ci rubi il lavoro.

Ma quale lavoro? Quello meccanico, ripetitivo, quello che ci spegne l’anima e ci trasforma in ingranaggi di un sistema che serve solo ad accumulare ricchezze per i “pochi” mentre la miseria dei molti aumenta, come ho spesso notato osservando questo nostro Kali Yuga. Se una macchina può scrivere un contratto, analizzare una radiografia o guidare un camion meglio di noi, lasciamoglielo fare!

C’è una vecchia storia, un indovinello sufi che calza a pennello, quella del Diciottesimo Cammello. Un padre muore e lascia 17 cammelli a tre figli. Al primo metà, al secondo un terzo, al terzo un nono. Ma 17 non si divide! I fratelli litigano, sono pronti a scannarsi – tipico della nostra umanità bellicosa che ha bisogno del contrasto per sentirsi viva. Arriva un saggio in groppa al suo cammello (il diciottesimo). Lo aggiunge al mucchio. Ora sono 18. Il primo ne prende la metà: 9. Il secondo un terzo: 6. Il terzo un nono: 2. 9+6+2 fa 17. Ne avanza uno. Il saggio si riprende il suo cammello e se ne va.

Ecco, l’IA potrebbe essere quel diciottesimo cammello. Un elemento esterno, un catalizzatore che risolve l’impossibile equazione della nostra economia basata sulla scarsità e sulla fatica, per poi (speriamo) farsi da parte o diventare invisibile, lasciandoci… cosa?

Lasciandoci il Tempo. Il tempo per fare cosa, direte voi? Per annoiarci? Per guardare serie TV inebetiti sul divano? No. Il tempo per il vero Lavoro, quello con la L maiuscola. Il Lavoro su di sé.

Gurdjieff, e con lui tanti altri maestri che ho cercato di ascoltare nella mia vita, ci ha insegnato che l’uomo ordinario è una macchina. Se una macchina di silicio sostituisce la macchina biologica nelle sue funzioni meccaniche, forse l’essere umano sarà costretto a farsi la domanda fondamentale: chi sono io se non sono il mio lavoro?

Se l’IA ci libera dalla necessità di guadagnarci il pane col sudore della fronte (o col tunnel carpale della mano destra), avremo finalmente l’opportunità di coltivare quelle qualità che non si comprano, non si scaricano da un server e non si programmano in Python: la compassione, l’intuizione mistica, la capacità di sentire le “impressioni” sottili che ci nutrono più del cibo materiale.

Immaginate un mondo dove non dobbiamo più vendere le nostre ore per sopravvivere. Potremmo dedicarci a studiare, a fare musica non per vendere dischi ma per vibrare con l’universo, a prenderci cura del nostro corpo secondo le leggi della natura (magari rileggendo Ehret e lasciando perdere le diete da rivista patinata).

Certo, c’è il rischio che, come nell’indovinello, se non siamo saggi finiremo solo per litigare ancora più ferocemente. C’è il rischio che usiamo questa tecnologia per creare un “Algoritmo Assoluto” di controllo, un Grande Fratello digitale. Ma come diceva quel genio di Alon Leggs nelle mie fantasie, la tecnologia è uno specchio. Se il nostro cuore è puro, se abbiamo una motivazione forte, possiamo usare questo strumento per emanciparci.

Quindi, non temete il ladro di lavoro. Temete piuttosto di continuare a dormire mentre la vita vi passa davanti. Lasciate che i robot facciano i robot. Noi proviamo, finalmente, a diventare Esseri Umani.

Come diceva qualcuno molto più saggio di me: è la paura che ci rende schiavi, non l’algoritmo.

Buon tutto.

Lucesio