
di Lucesio
Cari amici, anime belle e, diciamocelo, un po’ preoccupate.
Ultimamente, non si fa che parlare di questa Intelligenza Artificiale, questo nuovo “demone” tecnologico che minaccia di renderci tutti obsoleti. Leggo ovunque titoli catastrofici, vedo gente strapparsi i capelli (quei pochi che restano) temendo di perdere il posto in ufficio, in fabbrica, persino alla scrivania dello scrittore. Ma io vi dico: fermatevi un attimo. Respirate.
Forse è perché sono nato in un’altra epoca, dove l’arte di Giotto aleggiava ancora tra i campi e non esistevano algoritmi se non quelli delle stagioni, ma ho la netta impressione che stiamo guardando il dito e non la luna. O meglio, stiamo guardando il problema con gli occhi annebbiati del Papalagi.
Vi ricordate chi è il Papalagi? È l’uomo bianco descritto dal capo tribù samoano Tuiavii di Tiavea. Il Papalagi è colui che è ossessionato dal “metallo rotondo” (il denaro) e dal “tempo che scappa”. Il Papalagi crede che lavorare freneticamente per produrre cose inutili sia il senso della vita. Ecco, noi siamo diventati tutti dei Papalagi. Viviamo addormentati, convinti che la nostra dignità risieda in un badge da timbrare o in un file Excel da compilare.
E qui arriva la provocazione, che poi tanto provocazione non è se ci pensate con il cuore e non con la pancia: ben venga che l’IA ci rubi il lavoro.
Ma quale lavoro? Quello meccanico, ripetitivo, quello che ci spegne l’anima e ci trasforma in ingranaggi di un sistema che serve solo ad accumulare ricchezze per i “pochi” mentre la miseria dei molti aumenta, come ho spesso notato osservando questo nostro Kali Yuga. Se una macchina può scrivere un contratto, analizzare una radiografia o guidare un camion meglio di noi, lasciamoglielo fare!
C’è una vecchia storia, un indovinello sufi che calza a pennello, quella del Diciottesimo Cammello. Un padre muore e lascia 17 cammelli a tre figli. Al primo metà, al secondo un terzo, al terzo un nono. Ma 17 non si divide! I fratelli litigano, sono pronti a scannarsi – tipico della nostra umanità bellicosa che ha bisogno del contrasto per sentirsi viva. Arriva un saggio in groppa al suo cammello (il diciottesimo). Lo aggiunge al mucchio. Ora sono 18. Il primo ne prende la metà: 9. Il secondo un terzo: 6. Il terzo un nono: 2. 9+6+2 fa 17. Ne avanza uno. Il saggio si riprende il suo cammello e se ne va.
Ecco, l’IA potrebbe essere quel diciottesimo cammello. Un elemento esterno, un catalizzatore che risolve l’impossibile equazione della nostra economia basata sulla scarsità e sulla fatica, per poi (speriamo) farsi da parte o diventare invisibile, lasciandoci… cosa?
Lasciandoci il Tempo. Il tempo per fare cosa, direte voi? Per annoiarci? Per guardare serie TV inebetiti sul divano? No. Il tempo per il vero Lavoro, quello con la L maiuscola. Il Lavoro su di sé.
Gurdjieff, e con lui tanti altri maestri che ho cercato di ascoltare nella mia vita, ci ha insegnato che l’uomo ordinario è una macchina. Se una macchina di silicio sostituisce la macchina biologica nelle sue funzioni meccaniche, forse l’essere umano sarà costretto a farsi la domanda fondamentale: chi sono io se non sono il mio lavoro?
Se l’IA ci libera dalla necessità di guadagnarci il pane col sudore della fronte (o col tunnel carpale della mano destra), avremo finalmente l’opportunità di coltivare quelle qualità che non si comprano, non si scaricano da un server e non si programmano in Python: la compassione, l’intuizione mistica, la capacità di sentire le “impressioni” sottili che ci nutrono più del cibo materiale.
Immaginate un mondo dove non dobbiamo più vendere le nostre ore per sopravvivere. Potremmo dedicarci a studiare, a fare musica non per vendere dischi ma per vibrare con l’universo, a prenderci cura del nostro corpo secondo le leggi della natura (magari rileggendo Ehret e lasciando perdere le diete da rivista patinata).
Certo, c’è il rischio che, come nell’indovinello, se non siamo saggi finiremo solo per litigare ancora più ferocemente. C’è il rischio che usiamo questa tecnologia per creare un “Algoritmo Assoluto” di controllo, un Grande Fratello digitale. Ma come diceva quel genio di Alon Leggs nelle mie fantasie, la tecnologia è uno specchio. Se il nostro cuore è puro, se abbiamo una motivazione forte, possiamo usare questo strumento per emanciparci.
Quindi, non temete il ladro di lavoro. Temete piuttosto di continuare a dormire mentre la vita vi passa davanti. Lasciate che i robot facciano i robot. Noi proviamo, finalmente, a diventare Esseri Umani.
Come diceva qualcuno molto più saggio di me: è la paura che ci rende schiavi, non l’algoritmo.
Buon tutto.
Lucesio
