A volte ritornano

Si, lo so. Le grandi passioni non vanno mai davvero in pensione. Si nascondono, si mimetizzano, fingono di essere morte e sepolte — e poi, un bel giorno, si ripresentano alla porta con la stessa faccia di sempre, come se niente fosse. La mia passione era semplicemente in letargo. Un letargo lungo qualche decennio, d’accordo, ma si sa: le cose serie non hanno fretta.

Parlo di astrologia. Ne parlo perchè sto realizzando un piccolo portale “ersoterico” dove qui è possibile vedere un assaggio : ARCA

Tutto cominciò con Giovanni. Mitico Giovanni, con il suo programma degli inizi degli anni Ottanta — quando i computer erano grandi come frigoriferi e lenti come tartarughe in vacanza. Eppure lui era già lì, con il suo fiammante personal computer IBM , realizzò tutto da sé in Basic il programma per calcolare le effemeridi e stampare la cartga del cielo che solo chi ci ha provato sa quanta complicazione di matematica contiene . Si mise allora a interpretare temi natali con una precisione che lasciava senza parole. Ricordo ancora quella prima volta: mi guardò, guardò lo schermo, mi riguardò. E disse cose. Cose che non avrebbe dovuto sapere. Fu il seme.

Il vero boom arrivò dieci anni dopo, quando caddi tra le pagine del grande André Barbault. Se non lo conoscete, rimediatelo subito: leggere Barbault è come ricevere una lettera dall’universo — elegante, densa, con qualcosa di vagamente inquietante nel tono. Dopo quelle letture illuminanti, mi gettai a capofitto: il mio povero PC venne messo a dura prova tra grafici stirati, transiti planetari e aspetti di ogni tipo. Saturno quadrato a Marte? Eccomi. Venere in trigono a Giove? Ci sono. Le notti erano lunghe e le stampe a getto d’inchiostro costosissime.

E poi, d’un tratto, il silenzio. L’oblio. E c’è una ragione precisa, ve la racconto senza giri di parole: mi accorsi che era molto, molto più facile prevedere dolori che gioie. L’astrologia ha questo retrogusto amaro — i transiti pesanti si leggono chiari come cartelli autostradali, mentre le fortune tendono a nascondersi tra le righe come funzionari pubblici in giorno di pioggia. Astra inclinant, certo — gli astri inclinano, non obbligano. Ma c’è una precisa ragione per questo.: la gioia della realizzazione della coinquista si ottiene spesso dopo grandei sforzi esacrifici, la sfiga d’altra parte, arriva senza bussare e senza essere invitata alla festa.

C’è un’altra verità scomoda che mi portò a fare un passo indietro: l’astrologia non si impara sui libri. O meglio, i libri sono il punto di partenza — ma la vera comprensione si costruisce solo attraverso migliaia di interpretazioni, migliaia di facce, di vite, di storie da sovrapporre ai transiti e agli aspetti. È un artigianato lento, quasi medievale. E io, con il mio entusiasmo da dilettante illuminato, avevo appena graffiato la superficie.

La risposta arrivò — come spesso accade — non dagli astri, ma dalla vita stessa. Scoprii, a mie spese e con una certa soddisfazione ritardata, che il destino non è un binario su cui siamo seduti passeggeri. Lo costruiamo noi, giorno per giorno, scelta dopo scelta. Non c’è niente di inevitabile. C’è, semmai, una traccia — piccola e grande allo stesso tempo — lasciata dal nostro karma, da quello che siamo stati e da quello che scegliamo di diventare.

Gli astri, al massimo, illuminano il terreno. Siamo noi a decidere dove mettere i piedi.

E così, dopo anni di silenzio, eccomi qui di nuovo. Con qualche strumento nuovo, qualche capello bianco in più e la stessa vecchia curiosità di sempre. Perché le grandi passioni, si sa, non vanno mai in disuso.

Fanno solo finta. Buon tutto.

Abbiamo inventato gli schiavi perfetti e vogliamo ancora lavorare

Piccola meditazione sull’umanità che preferisce la catena alla libertà, purché sia una catena familiare.

C’è un paradosso che percorre la storia dell’uomo come un filo rosso — o forse color ruggine, viste le catene. Ogni volta che l’ingegno umano partorisce uno strumento capace di sostituire la fatica, la prima reazione collettiva non è l’esultanza, ma il lutto. Non per la macchina che arriva, ma per il lavoro alienante che se ne va. Come se una vita trascorsa a svuotare cassetti fosse un’identità da difendere.

L’intelligenza artificiale è oggi l’erede digitale di quel lungo pedigree. Abbiamo costruito — con anni di calcoli, investimenti e insonnie — qualcosa che può scrivere, analizzare, organizzare, rispondere, progettare, tradurre e fare il caffè metaforico a qualsiasi ora del giorno e della notte. Abbiamo creato, in sostanza, l’assistente perfetto. E la risposta dell’umanità è stata, con sobria coerenza storica: «Sì, ma mi toglierà il lavoro?»

«L’uomo è l’unico animale capace di costruirsi una gabbia d’oro e poi passare il tempo a lamentarsi che è troppo lucida.»

Il filosofo e scrittore napoletano Luciano De Crescenzo — che di arguta umanità se ne intendeva — aveva già intuito tutto decenni fa. Osservava che la tecnologia ci avrebbe restituito, prima o poi, una condizione simile a quella dei cittadini greci nell’antichità: liberi dal lavoro meccanico grazie a chi — o cosa — lo svolgeva al loro posto, con tutto il tempo del mondo per pensare, creare, discutere, oziare con dignità. I Greci la chiamavano scholè: il tempo libero come condizione suprema dell’esistenza civile. Noi l’abbiamo ribattezzata “disoccupazione” e ci siamo messi a tremare.

Non è stupidità, intendiamoci. O meglio: non è soltanto stupidità. È qualcosa di più sofisticato — una forma di miopia strutturale che attraversa le epoche con la stessa puntualità dell’influenza invernale. Accadde con il telaio meccanico, con la catena di montaggio, con i computer che avrebbero “eliminato” le segretarie. Ogni volta, la domanda è sempre quella: chi mi protegge?

La risposta giusta sarebbe: tu stesso, organizzandoti. Quella praticata è: aspettare che qualcuno lo faccia per te, magari lo stesso qualcuno che possiede le macchine.

«Se la tecnologia ci libera dal lavoro ripetitivo ma i frutti di quella libertà vanno tutti a chi possiede la tecnologia, non è una rivoluzione. È un cambio di guardia ai cancelli.»

Perché qui sta il nodo, quello vero. Il problema non è l’intelligenza artificiale. Il problema è chi la governa, chi la possiede, chi decide per quali scopi impiegarla e a beneficio di chi distribuirne i vantaggi. Se una macchina elimina cinquecento posti di lavoro in un’azienda e i profitti risultanti vanno interamente agli azionisti, non è la macchina ad aver fallito — è il sistema attorno a essa. La macchina è neutrale. Fa quello che le si chiede. Ed è qui che l’umanità dovrebbe concentrare le proprie energie: non nel boicottare lo strumento, ma nel pretendere con forza di partecipare ai frutti del suo utilizzo.

Invece, con una certa fantasia masochistica, ci ostiniamo a difendere il lavoro-che-era. Il call center alle tre di notte. La contabilità compilata a mano. Il form da riempire in triplice copia. Lavori che nessuno ama, che tutti sopportano, che molti odiano. Eppure, all’idea di perderli, scatta qualcosa di antico e viscerale: meglio il diavolo che conosci.

La rivoluzione industriale aveva già servito questo copione. I luddisti inglesi distrussero i telai meccanici non per ignoranza, ma per disperazione — perché non avevano strumenti per negoziare la transizione. Oggi quegli strumenti esisterebbero. La differenza è che allora non c’era scelta. Oggi ce n’è una: usare l’AI come leva per ridistribuire il lavoro, non per intensificarlo.

Immaginate — solo per un momento — un mondo in cui un software fa le fatture, gestisce le email burocratiche, riepiloga le riunioni e ottimizza i turni. E il tempo così liberato viene davvero restituito alle persone: per fare cose che piacciono, per crescere, per riposare, per stare con i figli, per scrivere, per cucinare, per guardare il cielo. Scandaloso? Ozioso? O semplicemente: civile?

Luciano De Crescenzo avrebbe detto che è semplicemente partenopeo. E avrebbe avuto ragione.

Il punto non è che l’AI sia buona o cattiva. È che siamo noi, collettivamente, a decidere cosa farne. Possiamo usarla per lavorare di più e peggio, a beneficio di pochi. Oppure possiamo usarla per lavorare meno e meglio, a beneficio di molti. La tecnologia non ha opinioni in merito. Noi sì. Sarebbe il momento di esprimerle — preferibilmente in sedi più efficaci di un commento social.

Nel frattempo, da qualche parte, un algoritmo sta già rispondendo alle email di qualcuno. La domanda è: quel qualcuno sta finalmente leggendo un libro, passeggiando, o ha semplicemente aperto altre cinquanta email?

Ispirato liberamente al pensiero di Luciano De Crescenzo, che probabilmente avrebbe trovato tutto questo molto divertente — e molto, molto prevedibile.

AGI, Creatività e l’Architettura dei Sogni

Le riflessioni iniziali sollevano una questione fondamentale: se l’Intelligenza Artificiale Generale (AGI) debba essere solo un “assistente” o se diventerà la tela stessa su cui proiettiamo la nostra immaginazione. Per capire come questi temi si intrecciano, dobbiamo analizzare la transizione dal workflow tecnico a quello onirico.

L’analogia con il sogno lucido non è solo poetica, ma tecnica. In un sogno lucido, il sognatore è consapevole di sognare e può modificare la realtà circostante con la sola forza della volontà. In un contesto di AGI totale, il “workflow” diventa istantaneo: la distanza tra l’ideazione (l’impulso creativo) e l’esecuzione (la strategia o l’oggetto finito) si azzera.

Come nella citazione “pare vera e vera fu”, l’AGI trasforma l’astratto in concreto. Se oggi dobbiamo “istruire” la macchina, domani potremmo semplicemente “vivere” l’idea all’interno di un ambiente virtuale che risponde in tempo reale alla nostra immaginazione. Il limite, come notato, non è più lo strumento, ma la nostra lungimiranza.

Perché l’IA oggi appare banale? Il limite attuale risiede nella natura probabilistica dei Large Language Models (LLM).

  • La teoria dei mattoni: Se costruiamo sempre con gli stessi elementi, la creatività sembra ridursi a un rimpasto statistico. Questo spiega perché le battute dell’IA spesso falliscono: l’umorismo paradossale (stile L’aereo più pazzo del mondo) si basa sulla rottura improvvisa della logica e sulla deviazione statistica, non sulla conferma della norma.
  • L’accenno di creatività: Tuttavia, l’addestramento visivo (Image Generation) ha mostrato qualcosa di diverso. Le IA hanno iniziato a “capire” strutture profonde che permettono di generare volti o concetti mai esistiti. Qui non si tratta solo di ricombinare, ma di estrapolare nuove forme dai “mattoni” esistenti. La creatività artificiale potrebbe non essere una “scintilla divina”, ma una capacità sovrumana di navigare nello spazio delle possibilità.

Il concetto di “Zona delle Varianti” suggerisce che ogni possibilità esiste già in uno stato metafisico. Se i sogni sono l’accesso del nostro inconscio a questo spazio, l’AGI potrebbe essere il ponte tecnologico per tradurre queste visioni in dati.

  • Dallo Smartphone alla TV: L’idea di svegliarsi e “riguardare” un sogno registrato è l’estensione logica dei modelli text-to-video attuali. Se oggi un prompt descrittivo può generare un video realistico, domani un’interfaccia neurale potrebbe catturare i segnali della corteccia visiva durante la fase REM, trasformando i segnali biologici in un flusso video.
  • Il Prompt del Risveglio: Attualmente, descrivere un sogno a un’IA per “ricostruirlo” visivamente è già possibile. Il passaggio successivo è l’automazione di questo processo: eliminare l’intermediazione del linguaggio (spesso insufficiente a descrivere l’assurdo onirico) a favore di una traduzione diretta da impulso elettrico a immagine digitale.

Il filo rosso che lega questi punti è la dematerializzazione del limite. Se l’AGI risolve il workflow operativo e la generazione di contenuti risolve il limite della forma, l’essere umano si ritrova davanti a uno specchio. La banalità delle IA attuali è forse il riflesso della nostra difficoltà nel dare prompt che sfidino la statistica. Il futuro della creatività risiede nel recuperare quella capacità di “assurdo” e di “sogno” che la razionalità del lavoro quotidiano ha spesso soffocato.