Abbiamo inventato gli schiavi perfetti e vogliamo ancora lavorare

Piccola meditazione sull’umanità che preferisce la catena alla libertà, purché sia una catena familiare.

C’è un paradosso che percorre la storia dell’uomo come un filo rosso — o forse color ruggine, viste le catene. Ogni volta che l’ingegno umano partorisce uno strumento capace di sostituire la fatica, la prima reazione collettiva non è l’esultanza, ma il lutto. Non per la macchina che arriva, ma per il lavoro alienante che se ne va. Come se una vita trascorsa a svuotare cassetti fosse un’identità da difendere.

L’intelligenza artificiale è oggi l’erede digitale di quel lungo pedigree. Abbiamo costruito — con anni di calcoli, investimenti e insonnie — qualcosa che può scrivere, analizzare, organizzare, rispondere, progettare, tradurre e fare il caffè metaforico a qualsiasi ora del giorno e della notte. Abbiamo creato, in sostanza, l’assistente perfetto. E la risposta dell’umanità è stata, con sobria coerenza storica: «Sì, ma mi toglierà il lavoro?»

«L’uomo è l’unico animale capace di costruirsi una gabbia d’oro e poi passare il tempo a lamentarsi che è troppo lucida.»

Il filosofo e scrittore napoletano Luciano De Crescenzo — che di arguta umanità se ne intendeva — aveva già intuito tutto decenni fa. Osservava che la tecnologia ci avrebbe restituito, prima o poi, una condizione simile a quella dei cittadini greci nell’antichità: liberi dal lavoro meccanico grazie a chi — o cosa — lo svolgeva al loro posto, con tutto il tempo del mondo per pensare, creare, discutere, oziare con dignità. I Greci la chiamavano scholè: il tempo libero come condizione suprema dell’esistenza civile. Noi l’abbiamo ribattezzata “disoccupazione” e ci siamo messi a tremare.

Non è stupidità, intendiamoci. O meglio: non è soltanto stupidità. È qualcosa di più sofisticato — una forma di miopia strutturale che attraversa le epoche con la stessa puntualità dell’influenza invernale. Accadde con il telaio meccanico, con la catena di montaggio, con i computer che avrebbero “eliminato” le segretarie. Ogni volta, la domanda è sempre quella: chi mi protegge?

La risposta giusta sarebbe: tu stesso, organizzandoti. Quella praticata è: aspettare che qualcuno lo faccia per te, magari lo stesso qualcuno che possiede le macchine.

«Se la tecnologia ci libera dal lavoro ripetitivo ma i frutti di quella libertà vanno tutti a chi possiede la tecnologia, non è una rivoluzione. È un cambio di guardia ai cancelli.»

Perché qui sta il nodo, quello vero. Il problema non è l’intelligenza artificiale. Il problema è chi la governa, chi la possiede, chi decide per quali scopi impiegarla e a beneficio di chi distribuirne i vantaggi. Se una macchina elimina cinquecento posti di lavoro in un’azienda e i profitti risultanti vanno interamente agli azionisti, non è la macchina ad aver fallito — è il sistema attorno a essa. La macchina è neutrale. Fa quello che le si chiede. Ed è qui che l’umanità dovrebbe concentrare le proprie energie: non nel boicottare lo strumento, ma nel pretendere con forza di partecipare ai frutti del suo utilizzo.

Invece, con una certa fantasia masochistica, ci ostiniamo a difendere il lavoro-che-era. Il call center alle tre di notte. La contabilità compilata a mano. Il form da riempire in triplice copia. Lavori che nessuno ama, che tutti sopportano, che molti odiano. Eppure, all’idea di perderli, scatta qualcosa di antico e viscerale: meglio il diavolo che conosci.

La rivoluzione industriale aveva già servito questo copione. I luddisti inglesi distrussero i telai meccanici non per ignoranza, ma per disperazione — perché non avevano strumenti per negoziare la transizione. Oggi quegli strumenti esisterebbero. La differenza è che allora non c’era scelta. Oggi ce n’è una: usare l’AI come leva per ridistribuire il lavoro, non per intensificarlo.

Immaginate — solo per un momento — un mondo in cui un software fa le fatture, gestisce le email burocratiche, riepiloga le riunioni e ottimizza i turni. E il tempo così liberato viene davvero restituito alle persone: per fare cose che piacciono, per crescere, per riposare, per stare con i figli, per scrivere, per cucinare, per guardare il cielo. Scandaloso? Ozioso? O semplicemente: civile?

Luciano De Crescenzo avrebbe detto che è semplicemente partenopeo. E avrebbe avuto ragione.

Il punto non è che l’AI sia buona o cattiva. È che siamo noi, collettivamente, a decidere cosa farne. Possiamo usarla per lavorare di più e peggio, a beneficio di pochi. Oppure possiamo usarla per lavorare meno e meglio, a beneficio di molti. La tecnologia non ha opinioni in merito. Noi sì. Sarebbe il momento di esprimerle — preferibilmente in sedi più efficaci di un commento social.

Nel frattempo, da qualche parte, un algoritmo sta già rispondendo alle email di qualcuno. La domanda è: quel qualcuno sta finalmente leggendo un libro, passeggiando, o ha semplicemente aperto altre cinquanta email?

Ispirato liberamente al pensiero di Luciano De Crescenzo, che probabilmente avrebbe trovato tutto questo molto divertente — e molto, molto prevedibile.

Corso di informatica per adulti principianti

“Non è mai troppo tardi”, titolava una vecchia trasmissione televisiva dove un maestro elementare insegnava a leggere e scrivere agli italiani rimasti analfabeti nel dopoguerra.
Oggi nell’era del digitale l’analfabetismo non esiste più ma rimane un altro tipo di analfabetismo che ha un nome preciso: digital divide. Ovvero quelli che sanno destreggiarsi con la tecnologia informatica (dallo smartphone in su) e quelli che per diverse ragioni hanno un certo timore o perfino repulsione per questi aggeggi in generale.
Di solito sono persone avanti con gli anni, che non si sono mai poste il problema finché non hanno scoperto che rispetto agli altri più ‘informatizzati’ rischiano di rimanere tagliati fuori nello svolgere anche semplici compiti burocratici o del vivere comune.
Ho amici di età non proprio avanzata che tuttavia rimangono piuttosto impediti nell’usare correttamente uno smartphone o peggio ancora un PC e si devono per questo farsi sempre aiutare da qualcuno. Non è un problema di capacità ma proprio una sorta di rifiuto di queste cose ‘complicate’. Ci sono però anche delle eccezioni. Avevo una cara amica di 11 anni più avanti di me di età, alla quale insegnai i primi rudimenti della videoscrittura perché aveva intenzione di scrivere un libro. Se si hanno dei desideri, degli scopi precisi da raggiungere come aveva lei allora si impara anche senza avere già una predisposizione o preparazione specifica.
Lei non solo scrisse il suo libro ma volle imparare anche a fare altre cose: un archivio fotografico dove digitalizzò tutte le sue foto cartacee , imparò a ritoccarle , ad esempio per colorare le foto in bianco e nero. Imparò a metterle insieme per fare brevi filmati con musica sincronizzata. Alla fine aveva pubblicato su Facebook centinaia di sue opere e fatto pure una mostra. Il computer ha indubbiamente riempito i suoi ultimi 15 anni di vita , che diversamente avrebbe forse trascorso nella noia o come altre sue coetanee a passare il tempo con lavori a maglia o uncinetto.

Foto originale in bianco e nero colorata da Lara Lari


Quindi la difficoltà maggiore nell’insegnare a persone nate e vissute in una generazione priva del digitale è quella di riuscire a coinvolgerli in modo tale che possa nascere in loro il desiderio di sforzarsi per raggiungere un determinato obbiettivo.
Per esempio fargli scoprire che nel mondo caotico del web e internet possono trovare quelle cose che collimano con i propri interessi personali e quindi sviluppare la propria conoscenza. Perché anche se una persona avanti con gli anni può avere più difficoltà nell’apprendere nozioni, sarà più semplice se troverà subito un campo di applicazione tale che sia veramente interessato/a a esplorare le possibilità che offre una certa padronanza del mezzo telematico. Proprio come era accaduto alla mia cara amica.